il momento in cui pensi che niente è importante
il momento che vivi in solitudine
il momento che odi
il momento che ti fa odiare te stesso
il momento in cui non ti sei reso conto di cosa ti stesse accadendo
il momento in cui qualcuno ti ha ringraziato
il momento in cui tu hai detto grazie a qualcuno, ma questo non ti ha ascoltato
il momento in cui tu hai salutato qualcuno che non conoscevi
il momento che ti ha segnato la giornata
quel momento in cui hai sorriso
il momento in cui ti senti più forte di prima e vai avanti
il momento in cui ti rialzi
il momento in cui ti accorgi di essere più grande
il momento in cui stringi tra le tue braccia una persona
il momento in cui ti senti bene con te stesso
il momento in cui fai un favore agli altri
il momento in cui inizi ad amare
Sunday, 17 October 2010
un sorriso
A volte vivi dei momenti in cui non vorresti esserci mai entrato,
non vorresti nemmeno sfiorare certe situazioni, ma soltando dire che sai come funzionano le cose.
Vorresti a volte invece entrarci per poter appoggiarti al male per poter deviare da situazione scomode.
Molte volte invece preferisci lasciare agli altri il proprio destino.
Quasi tediato da quello che ti circonda a volte succede che ti chiudi e inizi a pensare.
E forse tutto il male viene per poter spronarti, per farti star meglio
E' proprio vero che alcune persone le incontri quando non te lo aspetti
E' proprio vero che la felicita' la puoi incontrare solamente quando riesci a rialzarti da terra.
non vorresti nemmeno sfiorare certe situazioni, ma soltando dire che sai come funzionano le cose.
Vorresti a volte invece entrarci per poter appoggiarti al male per poter deviare da situazione scomode.
Molte volte invece preferisci lasciare agli altri il proprio destino.
Quasi tediato da quello che ti circonda a volte succede che ti chiudi e inizi a pensare.
E forse tutto il male viene per poter spronarti, per farti star meglio
E' proprio vero che alcune persone le incontri quando non te lo aspetti
E' proprio vero che la felicita' la puoi incontrare solamente quando riesci a rialzarti da terra.
Sunday, 25 April 2010
Modernismo
La ricerca della bellezza ha sempre portato le persone ad uno studio approfondito di ciò che l’estetica potesse dare a loro in termini pratici.
Andando con ordine potremmo capire come ciò che è bello sia cioè una pura intuizione dell’occhio umano di fronte ad un formalismo estetico che risponde strutturalmente a delle esigenze artistiche spesso personali.
Una bellezza quindi soggettiva che trae la sua espressione formale da una intuizione pura.
Purezza che sta alla base dell’oggettività di un’opera analizzata; proprio perchè pura, quest’opera deve essere completa in ogni sua parte in quanto può essere giudicabile.
Giudizio che ha delle cause non banali quali la completezza e la purezza intuibile.
Non sarebbe tale se l’opera non fosse compiuta. Proprio perchè “un giudizio estetico può compiersi nel momento in cui la mente umana percepisce una sequenza di elementi, come una sequenza di note nel caso di una composizione musicale, di colori nel caso della pittura, o di spazi nel caso dell’architettura” (J.F. Herbart). C’è da dire inoltre che un giudizio, di qualunque genere esso sia, non può rivelarsi se non in uno stato di assoluta indifferenza, oggettività di fronte a quell’opera che è in analisi, in modo da poter mantenere un equilibrio mentale che trascende da eccitazione e malinconia.
Ma facciamo un passo indietro…o meglio cerchiamo di capire in che epoca viviamo…
Fino a pochi secoli fa il punto di riferimento per qualsiasi architettura era la classicità; quella storia, quel punto fisso che fungeva da mediatore tra la teoria e la pratica architettonica. Nell’ultimo periodo si affrontano in modo completamente diverso questi aspetti progettuali. Il nodo che tiene insieme l’architetto al pensiero architettonico è la funzione sociale che l’opera del primo dovrà avere. Questo implica un approccio al progetto che pone in primo luogo il problema della forma generica che risponde a delle esigenze sociali. Ed il risultato di ciò lo si ritrova nella modernità.
E’ importante capire ciò perchè significa che andrà perso il valore formale dell’edificio come unico, come entità isolata rispetto al contesto. “In termini pragmatici è chiaramente impossibile creare un edificio specifico avendo come obiettivo un fine assoluto prefissato, poichè ciascuna nuova unità non solo cambierà l’ordine esistente, ma modificherà anche, con la sua stessa presenza, ogni unità futura” (P. Eisenman)
Mi trovo d’accordo con lo stesso Rowe quando dichiarava che nulla più poteva succedere in architettura dopo il 1965, ovvero dopo la morte di Le Corbusier. Rowe infatti interpreta l’operato dell’architetto svizzero come fosse il punto di arrivo del “più sofisticato formalismo modernista”.
Al giorno d’oggi potremmo rifarci benissimo al pensiero kantiano secondo cui ciò che è al centro dell’idea di forma è proprio il processo di comprensione inteso come pura forma dell’intuizione o come forma del pensiero, cioè come processo concettuale attraverso il quale vengono mediate le diverse forme dell’intuizione. Per Kant il concetto di forma non si riferisce alla fenomenologia superficiale delle cose, ma al processo di formazione della rappresentazione degli oggetti della natura. Come ha sostenuto Gasché, l’idea di forma è il processo di sintesi senza il quale nessuna intuizione sensibile e nessun processo cognitivo potrebbero avverarsi.
Andando con ordine potremmo capire come ciò che è bello sia cioè una pura intuizione dell’occhio umano di fronte ad un formalismo estetico che risponde strutturalmente a delle esigenze artistiche spesso personali.
Una bellezza quindi soggettiva che trae la sua espressione formale da una intuizione pura.
Purezza che sta alla base dell’oggettività di un’opera analizzata; proprio perchè pura, quest’opera deve essere completa in ogni sua parte in quanto può essere giudicabile.
Giudizio che ha delle cause non banali quali la completezza e la purezza intuibile.
Non sarebbe tale se l’opera non fosse compiuta. Proprio perchè “un giudizio estetico può compiersi nel momento in cui la mente umana percepisce una sequenza di elementi, come una sequenza di note nel caso di una composizione musicale, di colori nel caso della pittura, o di spazi nel caso dell’architettura” (J.F. Herbart). C’è da dire inoltre che un giudizio, di qualunque genere esso sia, non può rivelarsi se non in uno stato di assoluta indifferenza, oggettività di fronte a quell’opera che è in analisi, in modo da poter mantenere un equilibrio mentale che trascende da eccitazione e malinconia.
Ma facciamo un passo indietro…o meglio cerchiamo di capire in che epoca viviamo…
Fino a pochi secoli fa il punto di riferimento per qualsiasi architettura era la classicità; quella storia, quel punto fisso che fungeva da mediatore tra la teoria e la pratica architettonica. Nell’ultimo periodo si affrontano in modo completamente diverso questi aspetti progettuali. Il nodo che tiene insieme l’architetto al pensiero architettonico è la funzione sociale che l’opera del primo dovrà avere. Questo implica un approccio al progetto che pone in primo luogo il problema della forma generica che risponde a delle esigenze sociali. Ed il risultato di ciò lo si ritrova nella modernità.
E’ importante capire ciò perchè significa che andrà perso il valore formale dell’edificio come unico, come entità isolata rispetto al contesto. “In termini pragmatici è chiaramente impossibile creare un edificio specifico avendo come obiettivo un fine assoluto prefissato, poichè ciascuna nuova unità non solo cambierà l’ordine esistente, ma modificherà anche, con la sua stessa presenza, ogni unità futura” (P. Eisenman)
Mi trovo d’accordo con lo stesso Rowe quando dichiarava che nulla più poteva succedere in architettura dopo il 1965, ovvero dopo la morte di Le Corbusier. Rowe infatti interpreta l’operato dell’architetto svizzero come fosse il punto di arrivo del “più sofisticato formalismo modernista”.
Al giorno d’oggi potremmo rifarci benissimo al pensiero kantiano secondo cui ciò che è al centro dell’idea di forma è proprio il processo di comprensione inteso come pura forma dell’intuizione o come forma del pensiero, cioè come processo concettuale attraverso il quale vengono mediate le diverse forme dell’intuizione. Per Kant il concetto di forma non si riferisce alla fenomenologia superficiale delle cose, ma al processo di formazione della rappresentazione degli oggetti della natura. Come ha sostenuto Gasché, l’idea di forma è il processo di sintesi senza il quale nessuna intuizione sensibile e nessun processo cognitivo potrebbero avverarsi.
Thursday, 4 March 2010
dedicato ad una persona
A volte basta un attimo e a volte serve una vita per capire chi si ha di fronte.
A volte viviamo di illusioni e proprio quando questo specchio si rompe scopriamo cosa invece avremmo dovuto vedere già da tempo..
Sembra che a volte il mondo giri intorno a noi e ad un certo punto tutto quello che è stato diventa solo un ricordo insieme al mondo...
Altre volte ci svegliamo e ci accorgiamo che viviamo in un mondo che mai ci saremmo aspettati.
Possiamo essere forti, capaci, intelligenti o ottimi prestigiatori,
ma non riusciremo mai ad ingannare il nostro destino
perchè è proprio lui che è più furbo di noi.
Non altri.
...a volte basta un piccolo gesto per scoprire che in fondo un sorriso può cambiarti la giornata...
...il tocco di un bambino, un abbraccio e altri piccoli gesti che con la loro delicatezza ci trasmettono forti emozioni.
A volte ci addormentiamo così sereni che vorremmo fosse mattina di nuovo.
Altre volte invece abbiamo paura di svegliarci.
Non sempre tutto va come può sembrare.
La cosa importante è sapere che ogni giorno noi cresciamo
e questo è il dono più grande che ci è concesso.
Solo così riusciremo a capire quanto sia bella e grande la semplicità.
A volte viviamo di illusioni e proprio quando questo specchio si rompe scopriamo cosa invece avremmo dovuto vedere già da tempo..
Sembra che a volte il mondo giri intorno a noi e ad un certo punto tutto quello che è stato diventa solo un ricordo insieme al mondo...
Altre volte ci svegliamo e ci accorgiamo che viviamo in un mondo che mai ci saremmo aspettati.
Possiamo essere forti, capaci, intelligenti o ottimi prestigiatori,
ma non riusciremo mai ad ingannare il nostro destino
perchè è proprio lui che è più furbo di noi.
Non altri.
...a volte basta un piccolo gesto per scoprire che in fondo un sorriso può cambiarti la giornata...
...il tocco di un bambino, un abbraccio e altri piccoli gesti che con la loro delicatezza ci trasmettono forti emozioni.
A volte ci addormentiamo così sereni che vorremmo fosse mattina di nuovo.
Altre volte invece abbiamo paura di svegliarci.
Non sempre tutto va come può sembrare.
La cosa importante è sapere che ogni giorno noi cresciamo
e questo è il dono più grande che ci è concesso.
Solo così riusciremo a capire quanto sia bella e grande la semplicità.
Friday, 26 February 2010
Elogio A Peter Eisenman
Peter Eisenman, Architetto ebreo, un uomo che è sempre andato controcorrente rispetto alle icone moderne dell’architettura, un Architetto che ha sempre vissuto il lavoro progettuale come il risultato di tessuti fisici, culturali e storici di ogni luogo che andavano a formare quello che lui definisce “Layer”.
Su di lui ci sarebbero molte cose da dire iniziando dagli studi che ha condotto nella sua carriera accademica e professionale. Partendo dalla rappresentazione ideologica dell’architettura all’interno delle religioni ogni forma, immagine, rapporto tra gli elementi assume un carattere sacro in quanto dettato da connotati che annunciano alla forma di comporsi in un certo modo.
“Combinare tra loro i diversi elementi, passare in seguito alle differenti parti degli edifici, e da questi all’insieme: tale è il percorso che si deve seguire quando si vuole imparare a comporre; al contrario, quando si compone, si deve cominciare dall’insieme, continuare con le parti e finire con i dettagli.”
Gli studi dei templi greci rimangono l’elogio dell’architettura classica, il tentativo di avvicinare l’uomo a Dio con la rappresentazione di elementi e forme architettoniche che, composte insieme, instauravano un rapporto di armonia che diventava intangibile.
“Esiste una nuova sensibilità nata dalle fratture del 1945 […] essa è emersa da qualche cosa che il modernismo non ha intravisto: il fatto cioè che nessuna delle generazioni precedenti aveva mai potuto affrontare il problema della potenziale estinzione dell’intera civiltà prima d’oggi, quando ciò è stato reso possibile dall’avvento della scienza, della tecnologia e della medicina moderna.
Questa ipotesi della fine entro gli orizzonti del presente ha frantumato la classica condizione triadica del tempo – presente, passato e futuro – e insieme ad esso la sua ‘continuità’ e il suo ‘sviluppo’. Prima il presente era visto come un momento compreso tra passato e futuro. Ora il presente contiene due poli senza relazione: una memoria di questo tempo precedente e progressivo, e un’immanenza, la presenza della fine – la fine del futuro -, una nuova qualità del tempo.”
LA LETTURA FORMALE
Dante, nella sua lettera a Cangrande dice che una lettera va letta in due distinti modi ognuno con due significati diversi: uno è il significato letterale che racchiude il senso ovvio di una frase, il secondo è il significato allegorico e cioè quel meccanismo per il quale, leggendo una frase, ne viene intesa un’altra.
Eisenman, nel suo libro “Giuseppe Terragni: trasformazioni, scomposizioni, critiche” trova lo spunto per poter dare una spiegazione di come lui intende il progetto analizzando il lavoro di un architetto italiano, Terragni e, sotto molti aspetti e studi, ripercorre lo studio dell’architettura leggendola in modi e strati diversi; in questo libro si sofferma di più su una lettura sintetica e formale e non analizza a pieno l’aspetto “allegorico”. Legge il lavoro di Terragni in modo logico, e non cronologico, analizzando l’opera come se il tutto fosse riconducibile ad un aspetto testuale dell’architettura spiegando che ogni opera può essere trasformata in una critica testuale alla quale si può portare un proprio apporto. Nel suo libro spiega che inoltre esistono architetture talmente “aperte” a letture testuali che “…sostituiscono le interpretazioni canoniche con l’uso di un discorso prima di tutto formale, definito all’interno dei parametri di un periodo storico.. ovvero certi edifici liberano le relazioni tra le implicite e stabili convenzioni iconiche, storiche estetiche e funzionali”.. e la Casa del Fascio è uno di questi edifici.
La lettura di un edificio quindi diventa molto più complessa di quello che può sembrare: assume un aspetto teorico che viene sviluppato dal progettista, un aspetto critico formale basato sulle condizioni temporali dell’opera e un aspetto critico formale basato sulle condizioni canoniche dell’opera che porteranno ad una sintesi critica formale che avrà una chiave di lettura più generale.
1.L’aspetto teorico sviluppato dal progettista racchiude nel progetto un’analisi storico formale dell’edificio tale per cui si vengono a creare delle condizioni di unicità e di alterazione funzionale che collocano l’immagine dell’architettura in un’icona rappresentativa stabile. Basti vedere opere come il Monumento alle vittime dell’Olocausto realizzato nel 2005 a Berlino; quando viene chiesto ad Eisenman il significato di quest’opera lui risponde: “Il mio non vuole essere un luogo della memoria, non vuole ricordare le vittime, non vuole denunciare nessun orrore perché quel tipo di orrore è irrappresentabile, ogni descrizione è comunque inadeguata». E’ per questo che il luogo da lui creato non rappresenta un ideale ebreo o cattolico fondato, ma ha il compito di far sentire il soggetto in una condizione di estraneità all’interno dell’opera, come se fosse in un luogo che ti vuole proporre lo stesso sentimento di terrore e paura dei deportati.
2.L’aspetto critico formale che si basa sulle condizioni temporali dell’opera è un meccanismo che suscita e nasce nel momento in cui l’opera stessa viene analizzata e studiata considerando e comparando lo schema formale architettonico, il quale deve essere inteso come un processo strategico non narrativo che assume caratteri culturalmente cronologicamente tipici, alle trasformazioni e scomposizioni formali dei modelli architettonici di quell’epoca. L’intreccio tra questi studi fa si che il progetto può risultare un modello da sottoporre ad un’analisi di scomposizione e lettura logica che può essere assunta per collocare l’architettura in una cultura, situazione politica o dibattito determinati.
3.L’aspetto critico formale legato alle condizioni canoniche dell’opera porta invece ad uno studio legato molto di più ad un’analisi logica e storica dell’architettura, con schemi, strategie, forme e culture che interferiscono nella chiave di lettura critica. Uno studio di trasformazione formale che diventa critico, nel senso che le tracce del processo progettuale sono viste come elementi che sconvolgono l’interpretazione formale e funzionale tradizionale degli stessi processi.
LA “VERITA’”
Aristotele: “come una cosa si pone rispetto all'essere, così si pone rispetto alla verità”.
Come l’architettura chiede di essere rappresentata attraverso il suo carattere più classico, la forma, così questa si pone di fronte alla verità di se stessa.
La verità dell’architettura che è l’assimilazione tra la verità teorica di se stessa e la sua rappresentazione, risiede nella somiglianza perfetta di un’opera con il suo significato più profondo.
Prendiamo come esempio il Monumento alle vittime dell’Olocausto di Eisenman: la verità della sua opera è ciò che ha rappresentato nel modo più logico e concettualmente profondo. E’ riuscito ad riunire l’ideale del massacro e nella codificazione formale dello stesso utilizzando una codificazione diagrammatica senza la quale l’ideale di perfezione formale sarebbe caduto nell’ideale di perfezione geometrica (“Il termine olocausto viene principalmente utilizzato per indicare lo sterminio sistematico di milioni di ebrei”)
P.S.
“Ecco quindi il paradosso della composizione moderna: l’abbandono della figura – fondamento della composizione classica – implica la sua necessaria ri-affermazione, il frammento, per negarla, deve continuare a parlare della figura. Questo postulato, che si regge fino a quando la contraddizione che implica è esplicitamente accettata in una condizione di media di frammentazione, crolla e si autonega quando viene portato alle estreme conseguenze.
Se partendo da un quadrato bianco definito solo dal suo contorno – la figura -, cominciassimo a suddividerlo con delle linee nere in superfici più piccole – in frammenti – e continuassimo, aggiungendo linee su linee, a frammentarlo in parti via via più piccole, arriveremmo alla fine ad annerire tutto il quadrato; finiremmo cioè per riavvicinarci sempre di più alla ri-affermazione del contorno fino a ritornare alla condizione iniziale di figura. Qualcosa di molto simile sembra accadere in quei casi in cui la cultura moderna tenta di cogliere, ponendole su un piano ideale, le estreme conseguenze della frammentazione..”
“Eisenman 1960-1990. Dall'architettura concettuale all'architettura testuale” – F. Ghersi
Giuseppe Terragni: trasformazioni, scomposizioni, critiche – P. Eisenman
The Formal Basis of Modern Architecture – P. Eisenman
http://arching.wordpress.com
http://www.emis.de/
Su di lui ci sarebbero molte cose da dire iniziando dagli studi che ha condotto nella sua carriera accademica e professionale. Partendo dalla rappresentazione ideologica dell’architettura all’interno delle religioni ogni forma, immagine, rapporto tra gli elementi assume un carattere sacro in quanto dettato da connotati che annunciano alla forma di comporsi in un certo modo.
“Combinare tra loro i diversi elementi, passare in seguito alle differenti parti degli edifici, e da questi all’insieme: tale è il percorso che si deve seguire quando si vuole imparare a comporre; al contrario, quando si compone, si deve cominciare dall’insieme, continuare con le parti e finire con i dettagli.”
Gli studi dei templi greci rimangono l’elogio dell’architettura classica, il tentativo di avvicinare l’uomo a Dio con la rappresentazione di elementi e forme architettoniche che, composte insieme, instauravano un rapporto di armonia che diventava intangibile.
“Esiste una nuova sensibilità nata dalle fratture del 1945 […] essa è emersa da qualche cosa che il modernismo non ha intravisto: il fatto cioè che nessuna delle generazioni precedenti aveva mai potuto affrontare il problema della potenziale estinzione dell’intera civiltà prima d’oggi, quando ciò è stato reso possibile dall’avvento della scienza, della tecnologia e della medicina moderna.
Questa ipotesi della fine entro gli orizzonti del presente ha frantumato la classica condizione triadica del tempo – presente, passato e futuro – e insieme ad esso la sua ‘continuità’ e il suo ‘sviluppo’. Prima il presente era visto come un momento compreso tra passato e futuro. Ora il presente contiene due poli senza relazione: una memoria di questo tempo precedente e progressivo, e un’immanenza, la presenza della fine – la fine del futuro -, una nuova qualità del tempo.”
LA LETTURA FORMALE
Dante, nella sua lettera a Cangrande dice che una lettera va letta in due distinti modi ognuno con due significati diversi: uno è il significato letterale che racchiude il senso ovvio di una frase, il secondo è il significato allegorico e cioè quel meccanismo per il quale, leggendo una frase, ne viene intesa un’altra.
Eisenman, nel suo libro “Giuseppe Terragni: trasformazioni, scomposizioni, critiche” trova lo spunto per poter dare una spiegazione di come lui intende il progetto analizzando il lavoro di un architetto italiano, Terragni e, sotto molti aspetti e studi, ripercorre lo studio dell’architettura leggendola in modi e strati diversi; in questo libro si sofferma di più su una lettura sintetica e formale e non analizza a pieno l’aspetto “allegorico”. Legge il lavoro di Terragni in modo logico, e non cronologico, analizzando l’opera come se il tutto fosse riconducibile ad un aspetto testuale dell’architettura spiegando che ogni opera può essere trasformata in una critica testuale alla quale si può portare un proprio apporto. Nel suo libro spiega che inoltre esistono architetture talmente “aperte” a letture testuali che “…sostituiscono le interpretazioni canoniche con l’uso di un discorso prima di tutto formale, definito all’interno dei parametri di un periodo storico.. ovvero certi edifici liberano le relazioni tra le implicite e stabili convenzioni iconiche, storiche estetiche e funzionali”.. e la Casa del Fascio è uno di questi edifici.
La lettura di un edificio quindi diventa molto più complessa di quello che può sembrare: assume un aspetto teorico che viene sviluppato dal progettista, un aspetto critico formale basato sulle condizioni temporali dell’opera e un aspetto critico formale basato sulle condizioni canoniche dell’opera che porteranno ad una sintesi critica formale che avrà una chiave di lettura più generale.
1.L’aspetto teorico sviluppato dal progettista racchiude nel progetto un’analisi storico formale dell’edificio tale per cui si vengono a creare delle condizioni di unicità e di alterazione funzionale che collocano l’immagine dell’architettura in un’icona rappresentativa stabile. Basti vedere opere come il Monumento alle vittime dell’Olocausto realizzato nel 2005 a Berlino; quando viene chiesto ad Eisenman il significato di quest’opera lui risponde: “Il mio non vuole essere un luogo della memoria, non vuole ricordare le vittime, non vuole denunciare nessun orrore perché quel tipo di orrore è irrappresentabile, ogni descrizione è comunque inadeguata». E’ per questo che il luogo da lui creato non rappresenta un ideale ebreo o cattolico fondato, ma ha il compito di far sentire il soggetto in una condizione di estraneità all’interno dell’opera, come se fosse in un luogo che ti vuole proporre lo stesso sentimento di terrore e paura dei deportati.
2.L’aspetto critico formale che si basa sulle condizioni temporali dell’opera è un meccanismo che suscita e nasce nel momento in cui l’opera stessa viene analizzata e studiata considerando e comparando lo schema formale architettonico, il quale deve essere inteso come un processo strategico non narrativo che assume caratteri culturalmente cronologicamente tipici, alle trasformazioni e scomposizioni formali dei modelli architettonici di quell’epoca. L’intreccio tra questi studi fa si che il progetto può risultare un modello da sottoporre ad un’analisi di scomposizione e lettura logica che può essere assunta per collocare l’architettura in una cultura, situazione politica o dibattito determinati.
3.L’aspetto critico formale legato alle condizioni canoniche dell’opera porta invece ad uno studio legato molto di più ad un’analisi logica e storica dell’architettura, con schemi, strategie, forme e culture che interferiscono nella chiave di lettura critica. Uno studio di trasformazione formale che diventa critico, nel senso che le tracce del processo progettuale sono viste come elementi che sconvolgono l’interpretazione formale e funzionale tradizionale degli stessi processi.
LA “VERITA’”
Aristotele: “come una cosa si pone rispetto all'essere, così si pone rispetto alla verità”.
Come l’architettura chiede di essere rappresentata attraverso il suo carattere più classico, la forma, così questa si pone di fronte alla verità di se stessa.
La verità dell’architettura che è l’assimilazione tra la verità teorica di se stessa e la sua rappresentazione, risiede nella somiglianza perfetta di un’opera con il suo significato più profondo.
Prendiamo come esempio il Monumento alle vittime dell’Olocausto di Eisenman: la verità della sua opera è ciò che ha rappresentato nel modo più logico e concettualmente profondo. E’ riuscito ad riunire l’ideale del massacro e nella codificazione formale dello stesso utilizzando una codificazione diagrammatica senza la quale l’ideale di perfezione formale sarebbe caduto nell’ideale di perfezione geometrica (“Il termine olocausto viene principalmente utilizzato per indicare lo sterminio sistematico di milioni di ebrei”)
P.S.
“Ecco quindi il paradosso della composizione moderna: l’abbandono della figura – fondamento della composizione classica – implica la sua necessaria ri-affermazione, il frammento, per negarla, deve continuare a parlare della figura. Questo postulato, che si regge fino a quando la contraddizione che implica è esplicitamente accettata in una condizione di media di frammentazione, crolla e si autonega quando viene portato alle estreme conseguenze.
Se partendo da un quadrato bianco definito solo dal suo contorno – la figura -, cominciassimo a suddividerlo con delle linee nere in superfici più piccole – in frammenti – e continuassimo, aggiungendo linee su linee, a frammentarlo in parti via via più piccole, arriveremmo alla fine ad annerire tutto il quadrato; finiremmo cioè per riavvicinarci sempre di più alla ri-affermazione del contorno fino a ritornare alla condizione iniziale di figura. Qualcosa di molto simile sembra accadere in quei casi in cui la cultura moderna tenta di cogliere, ponendole su un piano ideale, le estreme conseguenze della frammentazione..”
“Eisenman 1960-1990. Dall'architettura concettuale all'architettura testuale” – F. Ghersi
Giuseppe Terragni: trasformazioni, scomposizioni, critiche – P. Eisenman
The Formal Basis of Modern Architecture – P. Eisenman
http://arching.wordpress.com
http://www.emis.de/
Tuesday, 14 July 2009
...e crescendo impari
...e impari che il profumo del caffe' al mattino e' un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.
( Anonimo )
E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.
( Anonimo )
Tuesday, 7 July 2009
Ride
You are everything I wanted
The scars of all I’ll ever know
If I told you you were right
Would you take my hand tonight?
If I told you the reasons why
Would you leave your life and ride?
And ride…
You saw all my pieces broken
This darkness that I could never show
If I told you you were right
Would you take my hand tonight?
If I told you the reasons why
Would you leave your life and ride?
And ride…
The scars of all I’ll ever know
If I told you you were right
Would you take my hand tonight?
If I told you the reasons why
Would you leave your life and ride?
And ride…
You saw all my pieces broken
This darkness that I could never show
If I told you you were right
Would you take my hand tonight?
If I told you the reasons why
Would you leave your life and ride?
And ride…
Wednesday, 24 June 2009
il senso
sarà che ogni tanto milano ti fa sentire cosa vive dentro di lei,
passano giorni senza fine
passano ore interminabili di odio
e corrono luci notturne
pensieri liberi
a Milano
sarà che qualche volta riscopri ciò che hai dentro di te,
rimane il senso della vita
rimane l'emozione del momento trascorso
e si riaccende il desiderio
pensieri nascosti
a Milano
forse ogni tanto però ci si ferma
si ascolta il silenzio di qualcuno
si cerca la voce del silenzio
e si rimane incantati di fronte alla meraviglia
si riscopre se stessi
a Milano
passano giorni senza fine
passano ore interminabili di odio
e corrono luci notturne
pensieri liberi
a Milano
sarà che qualche volta riscopri ciò che hai dentro di te,
rimane il senso della vita
rimane l'emozione del momento trascorso
e si riaccende il desiderio
pensieri nascosti
a Milano
forse ogni tanto però ci si ferma
si ascolta il silenzio di qualcuno
si cerca la voce del silenzio
e si rimane incantati di fronte alla meraviglia
si riscopre se stessi
a Milano
Friday, 15 May 2009
Thursday, 14 May 2009
Trucco/Traccia
"Secondo me barano tutti quanti - cominciò Alice in segno di protesta - e fanno tutti un tale chiasso litigando che uno non sente neanche la propria voce... Poi sembra che non seguano nessuna regola, almeno, se ci sono delle regole non ci fa caso nessuno"
Wednesday, 13 May 2009
La casa
A volte penso se ho veramente la sensibilità per essere un architetto.
Non è una riflessione scontata. Basti pensare a quanto ti incontri con un committente che, nella sua giusta ignoranza, cerca di trasmetterti i connotati che la sua futura casa dovrà possedere e l'Architetto, interprete tra ciò che è idea e ciò che è fatto, deve, in questo processo, riuscire a sintetizzare con una linea ciò che l'investitore vuole.
Un volere che è molto più profondo della semplice bellezza dettata dalla moda -definisco bellezza una parola popolare usata in modo inappropriato da persone saccenti che credono di poter battezzare oggetti con questo subdolo aggettivo-, un volere che è molto più profondo di vedere e apprezzare un desiderio realizzato.
Quello che un committente vuole è sentirsi a casa. La vuole amare perchè sa che è sua e nessun altro ha accesso ad essa. La bellezza che lui vuole va al di là dei connotati estetici globali. La casa vuole essere l'oggetto dei desideri che ogni giorno, in ogni momento, ti può trasmettere ciò che essa è, e non altro. La tua casa.
La casa è la vita di un uomo, una concezione materiale di un desiderio realizzato che si rinnova in ogni momento, ma che si può esprimere al meglio nei momenti di silenzio, in cui entri in contatto diretto con ciò che ti sta intorno. Stare in una casa propria significa provare sensazioni di sicurezza e dolcezza che solamente li puoi provare.
Non è bello l'avere un soggiorno disegnato e ordinato al meglio, ma è amorevole aver la sensazione di avere un soggiorno come il tuo più profondo desiderio ha voluto ed ha. Ed è proprio in quel momento in cui lo vivi che ti rendi conto di essere a casa.
Come quando apri la porta d'ingresso per entrarvi. "sono a casa!"
L'Architetto deve far sentire a casa i committenti, nella loro casa. E' un lavoro di sintesi percettiva che solo un ottimo progettista può compiere.
“L’ARCHITETTO, l’Artista, quando costruisce una abitazione non ne cerchi le lodi per valori formali, estetici o stilistici, o di gusto: questi valori dopo qualche anno sono “superati”. La massima lode alla quale deve aspirare è che gli abitatori gli dicano: Architetto, in questa casa che lei ha fatto per noi, noi viviamo (o abbiamo vissuto) flici: essa ci è cara. Essa è un episodio felice della nostra vita. Ma perché ciò avvenga occorre che l’Architetto badi più agli abitatori che all’estetica, e raggiungerà solo così un’estetica di valori sicuri, espressi da forme giuste, un’estetica di forme indiscutibili, vere: umane. […]
L’ARCHITETTO, l’Artista, per interpretare il personaggio sia curioso degli uomini e delle donne: li ami e le ami: il vero Architetto dovrebbe innamorarsi, per ogni casa che costruisce o arreda, degli abitatori (e delle abitatrici).”
Non è una riflessione scontata. Basti pensare a quanto ti incontri con un committente che, nella sua giusta ignoranza, cerca di trasmetterti i connotati che la sua futura casa dovrà possedere e l'Architetto, interprete tra ciò che è idea e ciò che è fatto, deve, in questo processo, riuscire a sintetizzare con una linea ciò che l'investitore vuole.
Un volere che è molto più profondo della semplice bellezza dettata dalla moda -definisco bellezza una parola popolare usata in modo inappropriato da persone saccenti che credono di poter battezzare oggetti con questo subdolo aggettivo-, un volere che è molto più profondo di vedere e apprezzare un desiderio realizzato.
Quello che un committente vuole è sentirsi a casa. La vuole amare perchè sa che è sua e nessun altro ha accesso ad essa. La bellezza che lui vuole va al di là dei connotati estetici globali. La casa vuole essere l'oggetto dei desideri che ogni giorno, in ogni momento, ti può trasmettere ciò che essa è, e non altro. La tua casa.
La casa è la vita di un uomo, una concezione materiale di un desiderio realizzato che si rinnova in ogni momento, ma che si può esprimere al meglio nei momenti di silenzio, in cui entri in contatto diretto con ciò che ti sta intorno. Stare in una casa propria significa provare sensazioni di sicurezza e dolcezza che solamente li puoi provare.
Non è bello l'avere un soggiorno disegnato e ordinato al meglio, ma è amorevole aver la sensazione di avere un soggiorno come il tuo più profondo desiderio ha voluto ed ha. Ed è proprio in quel momento in cui lo vivi che ti rendi conto di essere a casa.
Come quando apri la porta d'ingresso per entrarvi. "sono a casa!"
L'Architetto deve far sentire a casa i committenti, nella loro casa. E' un lavoro di sintesi percettiva che solo un ottimo progettista può compiere.
“L’ARCHITETTO, l’Artista, quando costruisce una abitazione non ne cerchi le lodi per valori formali, estetici o stilistici, o di gusto: questi valori dopo qualche anno sono “superati”. La massima lode alla quale deve aspirare è che gli abitatori gli dicano: Architetto, in questa casa che lei ha fatto per noi, noi viviamo (o abbiamo vissuto) flici: essa ci è cara. Essa è un episodio felice della nostra vita. Ma perché ciò avvenga occorre che l’Architetto badi più agli abitatori che all’estetica, e raggiungerà solo così un’estetica di valori sicuri, espressi da forme giuste, un’estetica di forme indiscutibili, vere: umane. […]
L’ARCHITETTO, l’Artista, per interpretare il personaggio sia curioso degli uomini e delle donne: li ami e le ami: il vero Architetto dovrebbe innamorarsi, per ogni casa che costruisce o arreda, degli abitatori (e delle abitatrici).”
Wednesday, 4 March 2009
Architettura della Felicità - Alain de Botton
Un campo da qualche parte, appena fuori città. Per qualche milione di anni ha dormito sotto una coperta di ghiaccio. Poi un gruppo di individui con la mascella inferiore molto pronunciata vi si è insediato, ha acceso dei fuochi e, su un piedistallo di pietra, ha sacrificato un animale a degli strani dei. I millenni sono passati. E' stato inventato l'aratro e qualcuno ha seminato il grano e l'orzo. Il campo è stato di proprietà di monaci, poi del re, poi di un mercante e infine di un agricoltore che ha ricevuto dal governo una somma generosa per cederlo alla colorata processione di nanuncoli, margherite e trifoglio rosso.
Questo campo ha avuto una vita movimentata. Un bombardiere tedesco, allontanatosi dal bersaglio, ci è volato sopra durante la guerra. I bambini hanno interrotto lunghi viaggi in macchina per vomitare ai suoi margini. La sera la gente ci si è coricata chiedendosi se le luci in cielo fossero stelle o satelliti. Gli ornitologi l'hanno calpestato con ai piedi calzini color sabbia alla ricerca di famiglie di codirossi spazzacamino. Durante un giro in bicicletta delle Isole Britanniche due coppie norvegesi vvi si sono accampate per una notte e , nelle loro tende, hanno cantato Anne knutsdotter e Mollom Bakkar of Berg. Le volpi si sono guardate attorno e i topi hanno compiuto viaggi d'esplorazione. I vermi non sono usciti dalle loro tane.
Ma per questo campo il tempo è scaduto. L'appezzamento di tarassaco preso diventerà il soggiorno del numero 24. Qualche metro più in là, tra i papaveri selvatici, ci sarà il garage del numero 25 e là, tra le licnidi bianche, la sala da pranzo dove qualcuno che non è ancora nato un giorno litigherà con i suoi genitori. Sopra la siepe ci sarà la camera dei bambini, disegnata da una donna che lavora a un computer in un ufficio con l'aria condizionata in un complesso accanto a un'autostrada. In un aeroporto all'altro capo del mondo un uomo sentirà la mancanza della sua famiglia e penserà a casa sua, le cui fondamenta saranno state scavate dove ora c'è una pozzanghera...
Questo campo ha avuto una vita movimentata. Un bombardiere tedesco, allontanatosi dal bersaglio, ci è volato sopra durante la guerra. I bambini hanno interrotto lunghi viaggi in macchina per vomitare ai suoi margini. La sera la gente ci si è coricata chiedendosi se le luci in cielo fossero stelle o satelliti. Gli ornitologi l'hanno calpestato con ai piedi calzini color sabbia alla ricerca di famiglie di codirossi spazzacamino. Durante un giro in bicicletta delle Isole Britanniche due coppie norvegesi vvi si sono accampate per una notte e , nelle loro tende, hanno cantato Anne knutsdotter e Mollom Bakkar of Berg. Le volpi si sono guardate attorno e i topi hanno compiuto viaggi d'esplorazione. I vermi non sono usciti dalle loro tane.
Ma per questo campo il tempo è scaduto. L'appezzamento di tarassaco preso diventerà il soggiorno del numero 24. Qualche metro più in là, tra i papaveri selvatici, ci sarà il garage del numero 25 e là, tra le licnidi bianche, la sala da pranzo dove qualcuno che non è ancora nato un giorno litigherà con i suoi genitori. Sopra la siepe ci sarà la camera dei bambini, disegnata da una donna che lavora a un computer in un ufficio con l'aria condizionata in un complesso accanto a un'autostrada. In un aeroporto all'altro capo del mondo un uomo sentirà la mancanza della sua famiglia e penserà a casa sua, le cui fondamenta saranno state scavate dove ora c'è una pozzanghera...
Friday, 27 February 2009
semplicità
Portare la semplicità alla complessità è un luogo comune. Portare la complessità alla semplicità, magnifica semplicità, è creatività.
Charles Mingus
Charles Mingus
Sunday, 16 November 2008
per chi l'architettura
Quando mi chiedono di parlare di architettura la domanda più frequente è il perchè di questa scelta, ma ultimamente mi chiedevano che cos'era per me l'architettura!
Ecco ci sono delle premesse da fare di fronte a questo interrogativo.
Soprattutto vorrei spiegare che (e a volte è difficile anche da dire ed esprimere con parole proprie) l'architettura, a mio parere è un modo di vivere, non è una materia che va sviluppata e approfondita, ma è tutt'altro perchè si tratta di un processo in continua evoluzione che non è fine a se stesso, ma che comporta delle conseguenze a piccola o a larga scala a più o meno persone esterne al progettista.
Architettura come processo quindi e non come situazione, perchè quest'ultima viene creata dalla prima attraverso una serie di operazioni, siano esse culturali o pratiche, che pongono la base ad un nuovo sistema, indipendente e a volte esso stesso fine a se stesso.
Possiamo quindi capire come, quando ci troviamo di fronte a delle opere di architettura, esse ci parlano e ci trasmettono la loro storia, la loro arte, la loro vita.
Un'architettura vista così è nata da un principio, da un sentimento o da un'idea di un progettista che la desidera e la vuole; e non tutti sono in grado di stabilire determinate condizioni di essere, determinate situazioni che siano in grado di instaurare un rapporto di tipo politico con ciò che gli sta attorno.
Ecco quindi che l'architettura, a mio parere, non è per tutti.
Se quanto detto è vero e se è vero quindi che l'architettura va amata e vissuta, cioè che nasce da un sentimento, è anche vero che non tutti possono praticarla.
Credo che un architetto vada a stabilire nuove condizioni in un luogo, nuovi archetipi, nuovi principi e nuovi modi, non facili da creare.
Ecco ci sono delle premesse da fare di fronte a questo interrogativo.
Soprattutto vorrei spiegare che (e a volte è difficile anche da dire ed esprimere con parole proprie) l'architettura, a mio parere è un modo di vivere, non è una materia che va sviluppata e approfondita, ma è tutt'altro perchè si tratta di un processo in continua evoluzione che non è fine a se stesso, ma che comporta delle conseguenze a piccola o a larga scala a più o meno persone esterne al progettista.
Architettura come processo quindi e non come situazione, perchè quest'ultima viene creata dalla prima attraverso una serie di operazioni, siano esse culturali o pratiche, che pongono la base ad un nuovo sistema, indipendente e a volte esso stesso fine a se stesso.
Possiamo quindi capire come, quando ci troviamo di fronte a delle opere di architettura, esse ci parlano e ci trasmettono la loro storia, la loro arte, la loro vita.
Un'architettura vista così è nata da un principio, da un sentimento o da un'idea di un progettista che la desidera e la vuole; e non tutti sono in grado di stabilire determinate condizioni di essere, determinate situazioni che siano in grado di instaurare un rapporto di tipo politico con ciò che gli sta attorno.
Ecco quindi che l'architettura, a mio parere, non è per tutti.
Se quanto detto è vero e se è vero quindi che l'architettura va amata e vissuta, cioè che nasce da un sentimento, è anche vero che non tutti possono praticarla.
Credo che un architetto vada a stabilire nuove condizioni in un luogo, nuovi archetipi, nuovi principi e nuovi modi, non facili da creare.
Saturday, 25 October 2008
Architettura come pensiero politico
Se la politica è il dare forma ad un sistema che ha come obiettivo la coesistenza tra le persone, si può dire che fare architettura è un atto puramente politico.
Essa - l'architettura - da forma a degli spazi abitativi che rispondono a delle esigenze umane.
Architettura come politica che discute e si interroga delle problematiche sociali attuali.
Il progetto è il risultato, per l'architetto, della sua politica.
Questo si pone al centro del dibattito sia prima della sua realizzazione, che successivamente, in quanto esso stesso è un mezzo ordinario e pubblico di attenzione.
Una sorta di pubblicità che condiziona l'intorno da esso descritto ed è condizionato.
Ha quindi una doppia funzione: da carattere e ne riceve.
Ne da tanto quanto esso è rapportabile con la città in cui si contestualizza e con cui si relaziona. Importante perchè diventa esso stesso parte della zona urbana, diventa un carattere tipologico e caratteristico che, inserendosi in un contesto urbano, va ad affrontare e risolvere problematiche locali e non - più estese -.
Riceve carattere dal momento in cui esso viene riprodotto sul foglio del progettista prima, e ne attira su di se molto di più quanto l'opera è compiuta.
Il contesto diventa quindi uno specchio sul quale noi ci riflettiamo in base a come esso è disposto e sul quale noi diamo dei segnali.
Quasi come se paradigmaticamente questo evocasse delle tensioni che si risolvono con il progetto stesso.
Architetture come la cupola di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi, l'Unité d'Habitation di Le Corbusier, la No-Stop City, alla città offrono soprattutto il loro carattere unico e tipologico.
Ciò che spesso non passa tra i banchi universitari, e probabilmente in qualche studio, è che le architetture molto spesso non hanno un carattere universale in quanto, queste architetture sono caratterizzate da uno studio tipologico molto specifico che si adatta ad un contesto unico nel suo genere.
Non sempre è possibile ricondurci a delle opere per la loro formazione logica spaziale.
Molto spesso invece è possibile sfruttare la loro base teorica sulla quale si è andati a progettare, adottando dei possibili paradigmi che riappaiono ogni volta che si mette mano ad un nuovo progetto.
Architettura quindi come incontro di parti, puramente teoriche che sono legate a degli aspetti totalmente materiali.
Un atto puramente politico che asseconda le richieste della società con strutture e creando relazioni pubbliche tra le parti
Essa - l'architettura - da forma a degli spazi abitativi che rispondono a delle esigenze umane.
Architettura come politica che discute e si interroga delle problematiche sociali attuali.
Il progetto è il risultato, per l'architetto, della sua politica.
Questo si pone al centro del dibattito sia prima della sua realizzazione, che successivamente, in quanto esso stesso è un mezzo ordinario e pubblico di attenzione.
Una sorta di pubblicità che condiziona l'intorno da esso descritto ed è condizionato.
Ha quindi una doppia funzione: da carattere e ne riceve.
Ne da tanto quanto esso è rapportabile con la città in cui si contestualizza e con cui si relaziona. Importante perchè diventa esso stesso parte della zona urbana, diventa un carattere tipologico e caratteristico che, inserendosi in un contesto urbano, va ad affrontare e risolvere problematiche locali e non - più estese -.
Riceve carattere dal momento in cui esso viene riprodotto sul foglio del progettista prima, e ne attira su di se molto di più quanto l'opera è compiuta.
Il contesto diventa quindi uno specchio sul quale noi ci riflettiamo in base a come esso è disposto e sul quale noi diamo dei segnali.
Quasi come se paradigmaticamente questo evocasse delle tensioni che si risolvono con il progetto stesso.
Architetture come la cupola di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi, l'Unité d'Habitation di Le Corbusier, la No-Stop City, alla città offrono soprattutto il loro carattere unico e tipologico.
Ciò che spesso non passa tra i banchi universitari, e probabilmente in qualche studio, è che le architetture molto spesso non hanno un carattere universale in quanto, queste architetture sono caratterizzate da uno studio tipologico molto specifico che si adatta ad un contesto unico nel suo genere.
Non sempre è possibile ricondurci a delle opere per la loro formazione logica spaziale.
Molto spesso invece è possibile sfruttare la loro base teorica sulla quale si è andati a progettare, adottando dei possibili paradigmi che riappaiono ogni volta che si mette mano ad un nuovo progetto.
Architettura quindi come incontro di parti, puramente teoriche che sono legate a degli aspetti totalmente materiali.
Un atto puramente politico che asseconda le richieste della società con strutture e creando relazioni pubbliche tra le parti
Sunday, 19 October 2008
un perfetto innamorato
Vorrei provare a generalizzare un pensiero che ritengo molto attinente alla sfera sentimentale e lavorativa.
Vorrei provarci per capire anche come un sentimento possa condizionare e stimolare il nostro essere in quanto sensibile.
La percezione che noi abbiamo di una cosa "bella" (intendento per bella ciò che noi vediamo come stimolo a cui porre attenzione perchè ci fa provare piacere) ci porta a comportarci in modo diverso, curioso e sensibile nei suoi confronti.
Così come quando facciamo un lavoro che ci piace, noi affrontiamo le difficoltà in un modo comunque più passionale e vero. Anche quando si studia per esempio; se siamo di fronte ad un argomento interessante e che ci stimola, noi lo vediamo come un piacere, più che un dovere.
Così come quando ragioniamo di fronte a situazioni interessanti e provocanti, in un modo o nell'altro, la sensibilità che noi abbiamo nei loro confronti, ci porta ad avere decisioni più o meno differenti.
Così come un architetto quando cammina e si trova di fronte a qualunque edificio, materia, architettura materiale o meno, a qualunque pensiero e/o considerazione che riguardi ciò che lui studia, allora lui prova dei sentimenti che vanno oltre ad un semplice "tatto" razionale.
Alcuni possono chiamarla passione, ma la passione non è altro che il patire per un fine. Cioè sacrificarsi affinchè si possa raggiungere un determinato obiettivo, che può essere di qualsiasi genere e tipo.
Altri possono chiamarla amore.
Amore che viene provocato sono un unico aspetto che ha varie forme.
E' un amore "professionale" al quale ogni uomo deve corrispondere perchè sa che li trova sfogo e gioia.
E' un amore "personale" perchè riguarda solamente noi e nessun altro.
E' un amore "infinito" perchè non ha limiti di spazio o tempo.
E' un amore perfetto.
"sento vedo e sento
cos'è tutto ciò?è ciò che rende reale un pensiero
un'architettura è la realtà di un pensiero costruito con la ragione
la ragione di chi?
di un poeta
appunto
chi è questo poeta?
è il progettista che opera applicando la poesia alla razionalità
cos'è la poesia?
è il cuore
e cos'è il progettista?
un perfetto innamorato"
Vorrei provarci per capire anche come un sentimento possa condizionare e stimolare il nostro essere in quanto sensibile.
La percezione che noi abbiamo di una cosa "bella" (intendento per bella ciò che noi vediamo come stimolo a cui porre attenzione perchè ci fa provare piacere) ci porta a comportarci in modo diverso, curioso e sensibile nei suoi confronti.
Così come quando facciamo un lavoro che ci piace, noi affrontiamo le difficoltà in un modo comunque più passionale e vero. Anche quando si studia per esempio; se siamo di fronte ad un argomento interessante e che ci stimola, noi lo vediamo come un piacere, più che un dovere.
Così come quando ragioniamo di fronte a situazioni interessanti e provocanti, in un modo o nell'altro, la sensibilità che noi abbiamo nei loro confronti, ci porta ad avere decisioni più o meno differenti.
Così come un architetto quando cammina e si trova di fronte a qualunque edificio, materia, architettura materiale o meno, a qualunque pensiero e/o considerazione che riguardi ciò che lui studia, allora lui prova dei sentimenti che vanno oltre ad un semplice "tatto" razionale.
Alcuni possono chiamarla passione, ma la passione non è altro che il patire per un fine. Cioè sacrificarsi affinchè si possa raggiungere un determinato obiettivo, che può essere di qualsiasi genere e tipo.
Altri possono chiamarla amore.
Amore che viene provocato sono un unico aspetto che ha varie forme.
E' un amore "professionale" al quale ogni uomo deve corrispondere perchè sa che li trova sfogo e gioia.
E' un amore "personale" perchè riguarda solamente noi e nessun altro.
E' un amore "infinito" perchè non ha limiti di spazio o tempo.
E' un amore perfetto.
"sento vedo e sento
cos'è tutto ciò?è ciò che rende reale un pensiero
un'architettura è la realtà di un pensiero costruito con la ragione
la ragione di chi?
di un poeta
appunto
chi è questo poeta?
è il progettista che opera applicando la poesia alla razionalità
cos'è la poesia?
è il cuore
e cos'è il progettista?
un perfetto innamorato"
Thursday, 25 September 2008
il web
E' proprio vero che quando si è ammalati si scopre un altro mondo.
Almeno io sono fermo a letto da 3 giorni e già non vedo l'ora di uscire da quella porta per tornare a respirare un po' di aria non filtrata!
Di questi 3 giorni una cosa mi è rimasta abbastanza impressa e forse mi sto ponendo un dubbio stupido o quantomeno inutile; e cioè...navigando a destra e a manca, guardando siti web e blog, facebook vari, badoo, myspace...etc... si vedono 1000 volti diversi e 1000 sfacettature di persone che forse, a parlarne, non si noterebbero neanche.
Mi chiedo allora: non è che forse il fatto di rapportarci con il computer ci porta a liberarci di più? scriviamo più cose di noi stessi e a volte non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Ma il fatto è che forse non ci rendiamo veramente conto di quanto questo possa influenzare il lettore. O meglio... sappiamo chi andrà a leggere ciò che scriviamo e sappiamo che influenza avrà su di essi?
Non è scontata come cosa visto che molte aziende, prima di assumere qualcuno, ricercano informazioni sul web delle persone, per esempio.
Ve lo siete mai chiesti? Alla fine ci troviamo di fronte ad un paradosso. Ci viene meglio sfogarci in queste pagine web. Non si parla per tutti naturalmente, ma visti alcuni blog in questi giorni, mi viene da pensare.
Filippo
Almeno io sono fermo a letto da 3 giorni e già non vedo l'ora di uscire da quella porta per tornare a respirare un po' di aria non filtrata!
Di questi 3 giorni una cosa mi è rimasta abbastanza impressa e forse mi sto ponendo un dubbio stupido o quantomeno inutile; e cioè...navigando a destra e a manca, guardando siti web e blog, facebook vari, badoo, myspace...etc... si vedono 1000 volti diversi e 1000 sfacettature di persone che forse, a parlarne, non si noterebbero neanche.
Mi chiedo allora: non è che forse il fatto di rapportarci con il computer ci porta a liberarci di più? scriviamo più cose di noi stessi e a volte non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Ma il fatto è che forse non ci rendiamo veramente conto di quanto questo possa influenzare il lettore. O meglio... sappiamo chi andrà a leggere ciò che scriviamo e sappiamo che influenza avrà su di essi?
Non è scontata come cosa visto che molte aziende, prima di assumere qualcuno, ricercano informazioni sul web delle persone, per esempio.
Ve lo siete mai chiesti? Alla fine ci troviamo di fronte ad un paradosso. Ci viene meglio sfogarci in queste pagine web. Non si parla per tutti naturalmente, ma visti alcuni blog in questi giorni, mi viene da pensare.
Filippo
Friday, 19 September 2008


...e quando ti capita di guardare il mondo che ti passa a fianco così veloce che, con un battito di ciglio, perdi un pezzo di quel nastro di immagini...
come se fossimo su un treno AV Venezia Torino. Questo treno ferma solamente a Venezia, Padova, Milano e Torino. Su questo treno che viaggia molto veloce in alcuni tratti, sembra il tempo passi così velocemente che ti sembra di esserti lasciato alle spalle qualche compleanno.
Invece, per fortuna, è tutta questione di percettività e impressione.
Se ne parla spesso in treno di queste cose, soprattutto se ti trovi di fronte gente un po' strana come capita sempre a me!
Oggi per esempio mi sono trovato con 2 signori molto allegri e sorridenti, italiani, che venivano dalle hawaii. Erano milanesi pure, vecchio stampo, ma avevano deciso di trascorrere la loro vita alle hawaii alla giovane età di 25 anni. Si sono sposati ed ora sono oltre i 30 anni di matrimonio.
Quest'oggi me li sono trovati di fronte...all'inizio si parla in inglese, perchè tra loro comunicano così...pian piano si scoprono e ti accorgi che l'italiano lo sanno molto meglio di quanto credessi (soprattutto se lei prende dallo zaino La Repubblica).
...passa così la prima ora di treno, simpaticamente.
Arrivati a Brescia e non ce ne accorgiamo che si riempie il treno. Loro 2 si spostano e arriva una ragazza, all'occhio mia coetanea. Saluta, si siede, scambiamo 2 parole, e poi si spara un techno house a palla con l'iPod. Io invece prendo il mio Mac e inizio a sistemare dei file che avevo dentro e dovevo per forza riordinare.
Arriviamo così a Verona!
Salta su una donna, favolosa (è ironico). Avete presente la classica Figlia dei Fiori 60 enne? E' lei! Inizia a fare discorsi strani, parolacce, canzoni. Bella voce, per carità. L'avrei buttata fuori dal treno subito.
Arriviamo a Vicenza, saluto la coetanea, gli hawaiani e la figlia dei fiori. Scendo dal treno.
Non trovo lei? Parliamo, le faccio gli auguri, prendiamo qualcosa da bere e ci salutiamo.
Esco dalla stazione. Aria.
Ebbene si. Sarà che Vicenza è la mia casa e conosco molte persone, ma riconosco che la vita si sta trasferendo di là, a Milano.
Un po' voluto. Un po' desiderato. Un po' meritato forse. Chi lo sa. Sta di fatto che sto bene così.
Mi manca una cosa sapete. Qualcosa di fisso. Mi rendo conto che con una vita simile non ho più amicizie solide se non con pochi, pochissimi, forse 1 o 2.
Manca un affetto e una vita quasi-sociale.
E' vero però che sto realizzando il sogno della vita.
Architetto...
...e chi è l'architetto? un perfetto innamorato.
E mi sto innamorando sempre di più.
Sta di fatto che quando torno a casa, qui trovo tutto ciò che Milano mi potrebbe dare. A Milano trovo tutto quello che vicenza mi darebbe.
Scelta di vita forse, un po' egoista. Non sempre l'egoismo è causa di scelte umane. A volte è proprio altruismo.
Perchè Milano? mi chiedono in molti.
Odio questa domanda. Perchè?
Perchè?
Guarda Milano e capisci. Chi è stato a Milano un solo giorno capisce il motivo di molte scelte fatte. Chi è stato a Milano sa comunque che la vita cambia, come citavo poco fa.
21 anni e mi faccio tutte queste paranoie, direte voi. Invece forse sono proprio quelli che non si fanno certi quesiti che sono paranoiati, almeno la vedo così.
Tra qualche anno rileggero queste pagine e mi rivedrò, cretino come sono e com'ero. Proprio come ora mi vedo bimbo e mi vedo allo specchio
Saturday, 13 September 2008
Milano è li
L'altro giorno mi hanno chiesto "com'è Milano?"
non è una domanda banale sapete? Milano in fondo è Milano.
Fa schifo, puzza, c'è una brutta aria, è sempre grigia, c'è traffico, c'è un casino di gente, devi stare attento a non sbattere e a non farti scippare il portafogli...un casino insomma...
ma Milano è Milano.
Un grande scrittore (Camillo Langone) una volta disse anche "Milano è li" rispondendo alla domanda "cosa ne pensa di Milano?".
Milano è proprio li perchè in fondo farà schifo, però senza Milano che Italia sarebbe?
A parte il fatto che non ci sarebbe nemmeno il Politecnico...e già quello sarebbe un disastro!
riporto un pezzo dell'articolo di Luca Doninelli sull'editoriale Tempi.
[...]e questo perchè? perchè milano è li. E' una cosa propria di Milano e solo di Milano: Torino non è li, Roma non è li, Napoli forse un po', ma non solo.
Basta aprire l'atlante per capire che Langone ha ragione. Aprilo, e li cosa c'è? C'è Milano.
Milano ha tante piazze. Non è vero. Ne ha una sola, che è talmente piazza e al tempo stesso talmente poco piazza che quasi non se ne può parlare. Si chiama Piazza Duomo.
E qui cominciano i problemi. il primo problema è proprio il Duomo, uno degli edifici più belli del pianeta Terra, probabilmente la chiesa più famosa del mondo. Notre Dame di Chartres, Saint Etienne di Bourges, sono forse anche più belle, ma il duomo di Milano è più famoso. E' li. Lo guardi e dici: è li. milano è la città del duomo. Sono una cosa sola: una cosa che è li.
Ora, tra duomo e Milano - tra queste due entità mistiche - c'è qualcosa che si chiama Piazza Duomo. C'è un pezzo di periferia, un pezzo di interland chiamato Piazza Duomo.
Essa è caratterizzata da una fermata del metrò rosso e di quello giallo che portano lo stesso nome.
C'è un lato pesantemente sabaudo, quello su cui si apre la famosa Galleria Vittorio Emanuele, e c'è un lato milanese stricto sensu - che dà sull'abside, dall'altra parte, fino a Palazzo Reale.Del lato che guarda in faccia al duomo, tra le vie Orefici e Mercanti, non val la pensa di parlare, tanto nessuno lo guarda, dal momento che gli sguardi sono tutti rivolti al [...]
Un po' banale e strano questo post, che però fa riflettere su una cosa che forse diamo per scontata.
Chi ha orecchie per intendere intenda.
Filippo
non è una domanda banale sapete? Milano in fondo è Milano.
Fa schifo, puzza, c'è una brutta aria, è sempre grigia, c'è traffico, c'è un casino di gente, devi stare attento a non sbattere e a non farti scippare il portafogli...un casino insomma...
ma Milano è Milano.
Un grande scrittore (Camillo Langone) una volta disse anche "Milano è li" rispondendo alla domanda "cosa ne pensa di Milano?".
Milano è proprio li perchè in fondo farà schifo, però senza Milano che Italia sarebbe?
A parte il fatto che non ci sarebbe nemmeno il Politecnico...e già quello sarebbe un disastro!
riporto un pezzo dell'articolo di Luca Doninelli sull'editoriale Tempi.
[...]e questo perchè? perchè milano è li. E' una cosa propria di Milano e solo di Milano: Torino non è li, Roma non è li, Napoli forse un po', ma non solo.
Basta aprire l'atlante per capire che Langone ha ragione. Aprilo, e li cosa c'è? C'è Milano.
Milano ha tante piazze. Non è vero. Ne ha una sola, che è talmente piazza e al tempo stesso talmente poco piazza che quasi non se ne può parlare. Si chiama Piazza Duomo.
E qui cominciano i problemi. il primo problema è proprio il Duomo, uno degli edifici più belli del pianeta Terra, probabilmente la chiesa più famosa del mondo. Notre Dame di Chartres, Saint Etienne di Bourges, sono forse anche più belle, ma il duomo di Milano è più famoso. E' li. Lo guardi e dici: è li. milano è la città del duomo. Sono una cosa sola: una cosa che è li.
Ora, tra duomo e Milano - tra queste due entità mistiche - c'è qualcosa che si chiama Piazza Duomo. C'è un pezzo di periferia, un pezzo di interland chiamato Piazza Duomo.
Essa è caratterizzata da una fermata del metrò rosso e di quello giallo che portano lo stesso nome.
C'è un lato pesantemente sabaudo, quello su cui si apre la famosa Galleria Vittorio Emanuele, e c'è un lato milanese stricto sensu - che dà sull'abside, dall'altra parte, fino a Palazzo Reale.Del lato che guarda in faccia al duomo, tra le vie Orefici e Mercanti, non val la pensa di parlare, tanto nessuno lo guarda, dal momento che gli sguardi sono tutti rivolti al [...]
Un po' banale e strano questo post, che però fa riflettere su una cosa che forse diamo per scontata.
Chi ha orecchie per intendere intenda.
Filippo
Sunday, 7 September 2008
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